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Il vulcano sottomarino Empedocle, mnei fondali del Canale di Sicilia: intervista al suo scopritore, Domenico Macaluso

By 31 Marzo 2017Febbraio 28th, 2018No Comments

Domenico Macaluso, siciliano, medico chirurgo e Rescue Diver (sommozzatore rianimatore), è un grande subacqueo ed amante del mare. Ispettore Onorario dell’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana e Responsabile del Nucleo Operativo Subacqueo della Sezione di Sciacca della Lega Navale Italiana, rappresenta il perfetto simbolo di come ogni cittadino dovrebbe sorvegliare il territorio in cui vive e di come tutti noi dovremmo contribuire alla salvaguardia dell’ambiente naturale. Macaluso infatti, pur non essendo uno specialista né uno scienziato, è l’artefice principale di una delle più grandi scoperte scientifiche italiane degli ultimi vent’anni:

la conferma che nel Canale di Sicilia esiste un grande vulcano sottomarino, ancora attivo, nominato Empedocle la cui manifestazione più nota è l’isola Ferdinandea ( Isole emerse e poi scomparse: l’affascinante storia di Ferdinandea, il vulcano che è rimasto nel cuore dei Siciliani). Intervistato per MeteoWeb dal geologo Giampiero Petrucci, Macaluso racconta lo sviluppo delle sue ricerche e le ultime novità riscontrate in fondo al mare.

• Macaluso con una delle migliaia di pietre pomici spiaggiate sulle coste agrigentine dopo ogni evento sismico: il primo indizio di attività vulcanica sottomarina

Dott. Macaluso, lei da sempre ha amato il mare. A quale età ha fatto la sua prima immersione?
Sin da bambino. Con i soldi avuti come regalo di Prima Comunione, ad 8 anni, ho comprato le pinne ed una maschera, quella arancione con il tubo incorporato, molto famosa all’epoca.
• Ha mai avuto paura del mare?
Non esagero a dire di no, neppure quando ho effettuato una delle cose più estreme della mia vita, un’immersione in un lago all’interno di una grotta, esplorandola per la prima volta ed in mezzo a cumuli di ossa di animali. Soltanto, nel corso di una delle mie prime immersioni su Ferdinandea, ho detto fra me e me: “… speriamo che non si risvegli proprio adesso!”.
• Si può dire che sia stato il mare stesso a suggerirle l’idea dell’esistenza di un vulcano sottomarino nel Canale di Sicilia?
Il mare agrigentino, con lo spiaggiamento di tonnellate di pietre pomici dopo ogni evento sismico che costantemente si verificava nel Canale di Sicilia, era come se dicesse, non soltanto a me: “guardate cosa succede … indagate …” ed io ho avuto la perspicacia di raccogliere l’invito.
• A parte l’isola Ferdinandea, emersa nel 1831 e poi scomparsa per oltre 170 anni, quali altri indizi l’hanno portata ad ipotizzare l’esistenza di un vulcano sottomarino nel Canale di Sicilia?
Oltre alle pietre pomici, avevo testimonianze dettagliate di altri eventi parossistici, verificatisi in questo tratto di Mediterraneo, come l’esplosione che nel 1845 rischiò di fare affondare il vascello inglese Victory o la spaventosa esplosione registrata in piena Seconda Guerra Mondiale dall’ammiraglio De Zara: entrambi gli eventi erano molto distanti rispetto a Ferdinandea.
• Come s’è sviluppata la ricerca?
Dopo il terremoto di magnitudo 3.2 del febbraio 2003, rilasciai delle interviste in cui affermavo che era indispensabile effettuare una ricerca sistematica di altri vulcani nel Canale di Sicilia, soprattutto per le implicazioni relative alla sicurezza della popolazione che vive lungo le coste della Sicilia sud-occidentale. Poi a Sciacca incontrai Guido Bertolaso, allora Responsabile della Protezione Civile, consegnandogli un dossier, con la proposta di creare un gruppo interdisciplinare di ricerca: non se ne fece niente! Si interessò però alla vicenda una società di produzione televisiva, la GA&A di Gioia Avvantaggiato, che chiese al sottoscritto ed al vulcanologo dell’INGV di Catania Gianni Lanzafame di collaborare alla realizzazione di un documentario che si sarebbe intitolato “Caccia al Vulcano”. Loro avrebbero pagato la nave oceanografica da ricerca, la “Universitatis”. Il documentario, diretto da Tullio Bernabei e prodotto in 4 lingue, ha avuto un grande successo internazionale. Altre navi di ricerca nel frattempo, sfruttando le mie dichiarazioni, avevano scandagliato il Canale di Sicilia. Ma inutilmente e tutti dicevano che non esistevano altri vulcani oltre a quelli noti. Stavano difatti cercando nel posto sbagliato. La cartografia era molto imprecisa, probabilmente perché si rifaceva a vecchi rilevamenti effettuati con semplici scandagli: il sonar multibeam, da noi utilizzato, stava invece ridefinendo meglio la batimetria e quello che vedevamo, era semplicemente straordinario. Alla fine il vulcano lo abbiamo trovato!
• Dunque le mappe dei fondali sono state ridisegnate. E tutto per merito suo…per fortuna gli scienziati l’hanno ascoltata! Ma a quante porte ha dovuto bussare prima che le istituzioni credessero alla sua ipotesi?
Sicuramente alle porte delle istituzioni ufficiali: INGV, Protezione Civile, Assessorati Regionali al Territorio e tutti gli altri non mostravano disinteresse, ma ne facevano una questione di finanziamenti, di mancanza di fondi.
• Nel 1831, all’atto della sua emersione, ci furono dispute internazionali sulla sovranità dell’isola Ferdinandea che fu rivendicata, oltre che dal Regno delle Due Sicilie, dalla Gran Bretagna e dalla Francia, con i rispettivi nomi di Graham e Julia. Quale è la sua opinione al riguardo?
Dopo le nostre prime ricognizioni, il Times uscì con un titolo incredibile ed arrogante: “Un’isola britannica sta emergendo davanti le coste siciliane”. Nel nostro Parlamento ci fu grande imbarazzo e decisi di rispondere a tanta anacronistica arroganza inglese con una contromisura di tipo culturale (anche se provocatoria): invitai il discendente del re Ferdinando di Borbone, il principe Carlo, ad affidare ai siciliani ciò che restava dell’isola Ferdinandea. Il principe acconsentì e deponemmo, alla presenza di numerose TV, una lapide in marmo bianco alla base del conetto vulcanico, a circa 24 metri di profondità (per approfondimenti vedi il sito www.divermac.it). Sulla lapide si poteva leggere: “Questo lembo di terra un tempo isola Ferdinandea era e sarà sempre del popolo siciliano”. Ma incredibilmente, appena due mesi dopo, la lapide venne distrutta a colpi di mazza. Qualcuno ha dato la colpa di questo gesto teppistico agli inglesi ma non esistono prove anche se è vero che due navi militari britanniche stazionarono in quei giorni proprio nella zona. Comunque, a parte queste vicenda dal sapore goliardico, la questione sulla sovranità in caso di emersione di una nuova terra è materia delicata, dato che il banco di Graham (così è chiamata sulle carte nautiche l’area corrispondente al vulcano Empedocle, n.d.r) ricade al di fuori delle nostre acque territoriali. Io ritengo che sarebbe opportuno stipulare una convenzione internazionale e, data la peculiarità di questo tratto di Mediterraneo, unico per lo studio dei vulcani sottomarini, istituire una “Area Marina Protetta” sotto l’egida dell’Unione Europea. Certamente è una procedura complessa, ma si dovrebbe almeno tentare, anche per evitare appetiti territoriali, non solo da parte di nazioni europee, ma pure di paesi dirimpettai, come Tunisia o Libia. Ho presentato a tal proposito un’istanza ad un nostro Eurodeputato che si sta interessando della questione. Immaginate una bella boa, sormontata da una vistosa bandiera dell’Unione Europea, che sventola sopra Ferdinandea!
La rappresentazione tridimensionale del “MAC06”, il cratere che ha preso il nome da Macaluso, il primo ad immergersi al suo interno

Lei è stato il primo ad immergersi in uno dei coni vulcanici di Empedocle. Deve essere stata un’emozione grandissima. E’ in quel momento che ha veramente capito di aver raggiunto il suo obiettivo?
Credo di si e l’emozione di essere il primo a scendere dentro un cratere sottomarino sconosciuto, vi assicuro che è una sensazione fortissima! Appena abbiamo scoperto “MAC 06”, il piccolo cratere che ha preso il mio nome, dovevano scendere assieme a me due operatori video ed audio francesi, componenti della troupe; ma quando hanno saputo che dovevano scendere dentro un cratere a -43 dove non c’era mai stato nessuno, vi garantisco che abbiamo avuto serie difficoltà a convincerli ad effettuare l’immersione! Temevano residui di attività vulcanica, come alte temperature, presenza di gas tossici ed acque acide e soprattutto repentine eruzioni.
• Quali sono oggi le prove più evidenti dell’esistenza di Empedocle?
I rilievi batimetrici e la morfologia della struttura evidenziata dagli strumenti sin dalla nostra prima missione, dati confermati anche nel corso di altre scansioni di questo fondale, ma soprattutto la presenza dei numerosi crateri avventizi che sono stati rinvenuti, la maggior parte inesplorati, in un unico rilievo che si erge dal fondo del Canale di Sicilia. Dove la profondità lo consentirà, inizieremo a raccogliere campioni di basalto in questi crateri, per effettuare un’indagine petrografica.
La rappresentazione batimetrica del vulcano Empedocle. Uno dei coni sulla sinistra è l’isola Ferdinandea mentre la punta in alto a destra ha preso il nome di Nerita

Perché Empedocle ha avuto questo nome?
Il complesso vulcanico si erge nel mare antistante le coste agrigentine ed Empedocle, vissuto nel IV secolo a.C., era di Agrigento. Fu un grande naturalista, oltre che medico, statista, filosofo e poeta. Empedocle era attratto dai vulcani al punto da decidere, secondo la tradizione, di morire ormai vecchio, gettandosi nel cratere dell’Etna, come un dio, senza lasciare resti mortali. E sempre secondo la leggenda l’Etna, irritata dall’arroganza di Empedocle, eruttò fuori dal cratere, uno dei suoi sandali, trasformatosi in bronzo, per smascherare il filosofo. In quel luogo, venne edificato un tempio, una costruzione modificata nel corso dei secoli, ma chiamata ancora “Torre del Filosofo”.
• Nello scorso mese di luglio lei ha partecipato ad un’altra serie di indagini con la nave Astrea. Quali sono le novità?
Questa missione aveva la finalità di posizionare 3 sonde OBS (Ocean Bottom Seismometer) nel Canale di Sicilia al fine di registrare, fino al prossimo mese di novembre, l’attività sismica. La supervisione delle sonde era affidata al prof. Giuseppe D’Anna, direttore dell’Osservatorio Sismologico di Gibilmanna. A bordo anche il vulcanologo Mauro Coltelli ed il direttore dell’INGV di Catania, Domenico Patanè. Sono stati prelevati campioni di gas dalle fumarole di Ferdinandea, è stata eseguita un’ulteriore mappatura dei fondali e l’esplorazione di alcune particolari strutture geologiche grazie ad un ROV dotato di fotocamera e telecamera ad alta risoluzione. Anche senza i dati delle sonde OBS (che saranno recuperate fra 4 mesi), i primi risultati paiono già interessanti. Oltre al vulcanesimo noto, quello che scatena sciami sismici prima e durante ogni eruzione sottomarina, potrebbe esserci un’altra causa degli isolati ma forti terremoti che vengono avvertiti nella costa sud-occidentale della Sicilia: fenomeni di “pseudo-vulcanesimo sedimentario”, simile a quello che origina le “maccalube” di Aragona. In sostanza si tratta della liberazione repentina, violenta ed esplosiva di sacche di metano, accumulatosi appena al di sotto della crosta. È comunque presto per interpretare tutti i dati registrati nel corso di questa ultima, promettente, campagna di ricerca.

Esistono rischi concreti di una ripresa dell’attività eruttiva di Empedocle?
L’eruzione sottomarina non è improbabile: dal punto di vista geologico 170 anni, periodo trascorso della nascita di Ferdinandea, sono un lasso di tempo infinitesimale. Il vulcanesimo del Canale di Sicilia, dove la crosta terrestre è interessata da fenomeni di rifting e subduzione, è attivo
• Un’eruzione violenta di Empedocle, oltre ad un terremoto, potrebbe generare pure uno tsunami che, è stato calcolato, raggiungerebbe le coste della Sicilia sud-occidentale nel giro di 10-12 minuti. Cosa si può fare per mettere in sicurezza i cittadini? Esiste un sistema di prevenzione ed allarme? In sostanza, Empedocle oggi è adeguatamente monitorato?
Qualche anno fa l’Ordine dei Geologi di Agrigento ha effettuato la simulazione dell’evacuazione della spiaggia di S. Leone, dopo un maremoto che si originava nel canale di Sicilia. Ed i dati non sono stati rassicuranti, proprio per il breve tempo di allarme. Sarebbe dunque indispensabile creare nelle spiagge più frequentate dell’agrigentino dei percorsi e delle vie di fuga (indicati da apposita cartellonistica), installare sirene d’allarme e procedere all’addestramento della popolazione. Per la prevenzione, come nel Pacifico, si potrebbero installare le apposite boe che registrano le altezze dell’onda. Qualche anno fa la Protezione Civile della Regione Siciliana stava pianificando la creazione di un sistema di rilevamento di onde anomale tramite mareografi installati nei porti agrigentini, ma poi non se ne fece più niente. Relativamente al monitoraggio di Empedocle, con il recente posizionamento di 3 sonde OBS, si può dire che inizia la fase di studio, ma per quanto riguarda il monitoraggio, siamo ancora molto lontani.
• Ovviamente, lei continuerà ad immergersi su Empedocle. Cosa si aspetta di trovare?
Quello che cercavo, l’ho trovato, cioè la conferma alle mie intuizioni e la consapevolezza di avere contribuito a fare luce su una realtà straordinaria, ancora tutta da studiare. Le immersioni in queste acque continuerò a farle ed invito tuti gli amanti della subacquea a fare un tuffo in questo mondo surreale, dove i minerali recentemente eruttati sono un substrato fertilissimo per le alghe, mentre le rocce basaltiche rappresentano un’oasi per pesci di ogni tipo, dove trovano rifugio e dove si riproducono, al riparo delle reti a strascico. Immergersi nei vulcani del Canale di Sicilia, dà una sensazione unica: si ha l’impressione di esplorare mari primordiali.
• Ultima domanda. Quale mare vorrebbe lasciare alle generazioni future?
Io desidererei che i nostri nipoti trovassero in eredità il mare che oggi abbiamo dove tutto sommato esiste ancora un ecosistema pressoché integro ed una biodiversità ben rappresentata. Forse si ritroverebbero ad assistere alla nascita di qualche nuovo vulcano in mezzo al mare, piuttosto che vedere fiorire davanti a loro una selva di piattaforme petrolifere, come scelleratamente si stava recentemente tentando di fare. Non mi lascio andare a dissertazioni ambientalistiche o politiche, ma non posso fare a meno di definire criminale l’autorizzazione che si stava concedendo a posizionare piattaforme da estrazione petrolifera in un tratto di mare interessato da vulcanesimo attivo e solo perché alla richiesta era stata allegata una relazione di impatto ambientale palesemente falsa, dove si ometteva la presenza dei vulcani in questo tratto di Mediterraneo! Lo scorso 20 luglio, a bordo dell’Astrea, meravigliati nell’osservare crateri vulcanici, resti di esplosioni di sacche di metano e intense emissioni di gas, una riflessione ricorreva costantemente fra tutti noi: e se qualcuno avesse piazzato una piattaforma da estrazione petrolifera in questo tratto di mare?

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