LA DIFFICILE ARTE DELLO SPELEOSUB


By Andrea Scatolini on marzo 27th, 2017
di Raffaele Onorato
“Infandum regina iubes renovare dolorem” … mormorò il povero Enea quando la regina Didone gli chiese di raccontare la caduta di Troia. E’ un po’ lo stesso tipo di dolore che prova un vecchio speleosub, come me, che tante storie tragiche ha visto e sentito nella sua lunga carriera nel Soccorso, quando gli si pone la fatidica domanda: “Ma come mai muoiono tanti sub in grotta?”.
Più di vent’anni fa (non fatemi fare i conti esatti…), quando fondammo la Commissione Speleosub del CNSAS, a Verona, il primo obiettivo che ci ponemmo fu quello di stilare e studiare una casistica degli incidenti, quasi tutti mortali, in grotte sommerse. La domanda che ci assillava era proprio quella: “Perché muore tanta gente in sifone?”.
Alla fine dello studio, durato qualche anno, uscì un quadro drammaticamente chiaro e fu scritto il celeberrimo decalogo delle Regole di Sicurezza in Immersione Speleo Subacquea, che (allora ancora non lo sapevamo), come alcuni testi sacri, ha il potere di non invecchiare: resta sempre vero ed attuale… per chi ci crede.
Il “Decalogo” aveva, inoltre, il discusso potere di contraddire o addirittura annullare le più elementari ed assodate regole di sicurezza per le immersioni in acque libere! Prima fra tutte: “Non bisogna mai immergersi da soli”!
Lo studio della casistica degli incidenti in cavità sommerse parla chiaro: il o i compagni di immersione in grotta, hanno più probabilità di rimanere coinvolti (leggi “morire”) nell’incidente, che di riuscire a salvare lo speleosub in difficoltà. Ed è presto spiegato il perché: per emergere da una grotta non è sufficiente gonfiare un G.A.V. e guadagnare la superficie, magari anche rischiando un’embolia, che è sempre meglio della morte certa sul fondo. Per uscire da una grotta sommersa, bisogna ripercorrere tutto il tragitto fatto all’andata, incontrando, molto probabilmente, acque di gran lunga più torbide di quelle che ci hanno accolto quando siamo entrati ed incontrando, certamente, la scarsa collaborazione dello speleosub che cerchiamo di trascinare fuori!
Non ci sembra il caso, per tanti ed ovvi motivi, di entrare nello specifico di alcuni tragici episodi di sub morti in grotta ma ci limiteremo a fare alcune riflessioni sull’attività speleosubacquea in generale.
Prima, però, dobbiamo pigiare un tasto dolente: esiste una qualifica professionale di “Accompagnatore Speleosubacqueo”? Non mi risulta proprio. Anzi, dirò, senza paura di essere smentito, che in materia di “Titoli Subacquei”, professionali e non, la Legge italiana è gravemente carente ed eccezionalmente… elastica. Non esiste, a livello nazionale, un Ordine o un Albo Professionale degli Istruttori e Accompagnatori Subacquei. Alcune Regioni o, in mancanza, ogni Capitaneria di Porto ha un suo elenco di Istruttori e/o Diving Certificati. Certificati da chi? Dalle varie Didattiche Subacquee più o meno commerciali, ovviamente. Esistono, sicuramente, delle figure di Accompagnatore e/o Istruttore Subacqueo che svolgono il loro lavoro con grande serietà e professionalità ma bisogna sottolineare che sulla stragrande maggioranza dei loro brevetti c’è scritto “Open Water”. Un motivo ci sarà!

continua… http://www.scintilena.com/la-difficile-arte-dello-speleosub/03/27/

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